Lebowski e il Dudeism: what would the Dude do?

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Quando un film diventa sufficientemente popolare da spingere i suoi fan a fondare una religione significa certamente che ha qualcosa di speciale. È il caso de “Il grande Lebowski” di Joel e Ethan Coen, grazie al quale la Dude’s Way of life ha ispirato un gran numero di seguaci in tutto al mondo partendo dall’America, culla del nuovo culto che venera il Lebowski Style.

Una volta ordinati sacerdoti di questa nuova visione del mondo (“ ‘faith’ is not the preferred nomenclature –‘worldview’, please” si specifica nel “Take it easy Manifesto” del Dudeism) , sarete autorizzati legalmente a celebrare matrimoni e altre cerimonie nella maggioranza degli Stati americani (dipende dalle leggi di ogni Stato) e accetterete la missione di diffondere nel mondo la parola di The Dude. Diventare un Dudeist Priest è gratuito e non comporta nessun obbligo, in pieno stile Lebowski.

Che il film del 1998 abbia qualche cosa di speciale è subito evidente. Anche chi solitamente non ama o non conosce lo stile Coen generalmente apprezza questa commedia-noir-musicale che racconta la storia di Jeffrey Lebowski (Jeff Bridges) “un uomo – non dirò un eroe, perché che cos’è un eroe – ma a volte si incontra un uomo – sto parlando di Dude – a volte s’incontra un uomo che è l’uomo giusto al momento giusto nel posto giusto, là dove deve essere – e quello è Dude, a Los Angeles”.

Lebowski – the Dude, come lo chiamano tutti – conduce una vita semplice e rilassata a base di bowling, black russian, Creedence Clearwater Revival e weed. E la vita gli sta benissimo così. Il Drugo (così viene chiamato Lebowski nella traduzione italiana del film, con una citazione di kubrickiana memoria la cui scelta non è facilmente motivabile, se non come un’esigenza di traduzione e adattamento labiale) è un tipo che non si scompone “Yeah, well, you know, that’s just, like, your opinion, man.” (“Sì? Beh, questa è solo… la tua opinione e basta.”) risponde rilassato alle “minacce” sportive di Jesus Quintana, un John Turturro di grande impatto che interpreta il rivale ispanico (e a sentire Walter anche pederasta) della squadra di Dude nel torneo di bowling.

La vita rilassata di Dude ha uno scossone a causa di uno scambio di persone, di un caso di omonimia e di un tappeto che “dava davvero un tono all’ambiente”: il nostro Dude si ritrova invischiato in una storia di rapimenti, riscatti, tradimenti e nichilisti, accompagnato da un impareggiabile John Goodman nei panni di Walter, veterano della guerra in Iraq con la fissa per le armi e le regole, e dal timido Donny (Steve Buscemi).

Gli elementi tipici dello stile Coen ci sono tutti anche i questo film: uno sguardo divertito sulla casualità dell’esistenza, un modo non logico e leggero di affrontare la vita e protagonisti che sono stati definiti da alcuni critici “cretini per saggezza”. Anche Dude è un personaggio perdente, secondo i canoni di un certo tipo di società. Ma a Dude non interessa, non fa nulla per inserirsi nel sistema, proprio come canta Bob Dylan nella colonna sonora del film “The man in me”: “The man in me will hide sometimes to keep from bein’ seen, but that’s just because he doesn’t want to turn into some machine.” (“L’uomo che è in me qualche volta si nasconde per non essere visto, ma solo perché non vuole diventare una macchina”).

Abbracciare lo stile di vita di Dude non è poi così difficile. Chiedetevi “What would the Dude do?” e agite di conseguenza. E soprattutto: take it easy, man.

fonte foto: cinematographe.it

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