Veloce come il vento | La vita, la pista e la filosofia del pilota

Veloce Come il Vento

Il cinema è da sempre una rappresentazione del mondo e, in quanto tale, ci sono delle realtà più difficili di altre da portare sul grande schermo. Questi universi rischiano perciò di apparire artificiali e superficiali, quasi caricature di loro stessi. Ed è questo il destino che è capitato al mondo del motorsport, tema che è andato spesso incontro a pessime trasposizioni.

Pochi titoli di questo genere si sono salvati dalla mediocrità, tra cui il mitico Le Mans con Steve McQueen e il Rush di Ron Howard. Al di sotto di questi, troviamo una sfilza di film che non sono riusciti a trasmettere nulla di questo mondo così particolare. Eppure, recentemente, il cinema ha voluto sorprenderci con una pellicola particolarmente riuscita dedicata a questo genere: stiamo parlando dell’italianissimo Veloce come il vento, diretto da Matteo Rovere e liberamente ispirato alla vita del pilota di rally Carlo Capone.

Ma cosa rende Veloce come il vento un film così ben fatto? Innanzitutto la capacità di bilanciare perfettamente la difficile storia dei suoi personaggi con il mondo dei motori. Le sequenze di gara non sono state concepite per meravigliare lo spettatore (per quanto siano state girate in maniera eccellente), ma sono diventate il palcoscenico su cui si sono snodati i drammi dei protagonisti. Ecco perciò che la pista diventa una rappresentazione della vita stessa e un luogo, e un’opportunità, per i personaggi di vivere e superare i propri limiti personali e caratteriali. E’ questa la vera forza della pellicola, ossia essere riuscita a carpire uno dei sensi più intimi dell’automobilismo: lottando contro il cronometro, e perciò contro il tempo e il suo limite, il pilota veste i panni dell’antico cavaliere, impegnato in una strenua lotta non contro una malvagia creatura mitologica, ma contro sé stesso e i propri demoni. E stringendo il volante tra le mani, rapiti da una percezione più elevata del mondo,

i piloti e protagonisti di questa pellicola trovano il modo di affrontare ed esorcizzare i fantasmi di una situazione emotiva e materiale sull’orlo della disperazione

E’ proprio appellandosi a questo lato mistico dei motori che i fratelli De Martino, soli, divisi e profondamente sofferenti, cercheranno la salvezza e l’unità della loro famiglia, in balia di debiti, sfratti, lutti e assistenti sociali.

E qui si arriva alle straordinarie prove fornite dagli attori impegnati in questa pellicola: da una pressoché debuttante Matilda De Angelis, perfetta nel ruolo dolce e forte di Giulia, a uno Stefano Accorsi sopra le righe, impegnato nel difficile personaggio di Loris, sospeso tra tossicodipendenza e saggezza, in una figura al tempo stesso mistica ma fragile, e perciò fortemente umana.

Ed è proprio la componente umana a dare un grande valore aggiuntivo al film: drammatica, senza mai risultare caricaturale, ma capace anche di momenti di sana ironia, la naturalezza dei protagonisti, aumentata dall’impronta provinciale, forza e debolezza del cinema italiano, dona un tocco di realismo alla vicenda, avvicinando lo spettatore all’azione narrata e finendo per coinvolgerlo visceralmente.

E sarà proprio andando al limite, in pista e non, che l’umanità dei protagonisti emergerà prepotentemente, fino al coraggioso (narrativamente parlando) finale. Togliendo il freno a mano alle loro vite, capiranno che a volte, per rischiare e per cambiare, è necessario superare sé stessi e correre dei rischi. D’altronde, come diceva il grande Mario Andretti Se hai tutto sotto controllo, significa che non sei abbastanza veloce.

Autore: Mattia Lecchi
Fonte foto: comingsoon.it

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